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Le poesie

 

 
 
I racconti  degli amici del cucinario
 

Spachètti di cu àvi prèscia

Spaghetti di chi ha fretta)
 

Mia moglie ed io viviamo in una bella città del Nord Ovest, capoluogo di una provincia grànni sia di nome che di fatto, dove stànnu ‘nsemula industria e buona agricoltura e dove, debbo riconoscere, si mangia anche bene.
Ci viviamo per lavoro ma abbiamo cercato di costruirci un piccolo spazio condiviso da tanti amici, tutti o quasi tutti pulintùna.
E non riuscireste mai ad immaginare come i nostri amici apprezzino la cucina siciliana della quale mia moglie è una ottima ambasciatrice non ufficiale.
Mentre lei riempie la pancia dei nostri frequenti invitati e commensali, il sottoscritto li stordisce con chiacchiere sulle biddìzze di la nostra terra che ci manca tanto.
Ed ogni tanto ci riesce l’impresa di dirottare in Sicilia qualche turista diretto verso luoghi come Sharm-el-shejk o le Maldive.
Non vi nascondiamo che ogni volta che ci riesce in cuor nostro preghiamo che questi “dirottati” tornino dal viaggio in Trinacria felici e soddisfatti e che non subiscano qualche fregatura come a volte è successo.
Io faccio il medico e mia moglie insegna in un liceo e quindi non abbiamo la stessa possibilità di libertà dal lavoro nel periodo estivo.
Mi sentirei in colpa a costringerla a stare con me per tutta l’estate quando lei ha la possibilità, una volta libera dal lavoro, di potersene scìnnirìsìnni in Sicilia. 
Brutto verbo scìnniri. Pari un verbo dantesco: scìnnirìsìnni a lù ‘nfèrnu. Ma quali! La Sicilia ìè un paradìsu e vista di luntanu ìè ancora ‘cchiù bèdda.
Quindi è meglio dire che uno che va in Sicilia nun scìnni ma acchiàna, sale in paradiso, perché la Sicilia è un Eden in terra.
Certo manca il lavoro, e la vita sociale è quella che è. Ma tutti chìddi chi partinu pi jìri a circàri travàgliu si la pòrtanu ‘nti lù còri.
Di tutto puoi parlare male di ciò che viene collegato alla Sicilia: mafia, politici, corruzione e chi ne ha più ne metta. Ma della Sicilia e dei siciliani, del suo popolo più genuino, di chi si affanna ogni giorno per il pane onesto, ne puoi parlare solo bene: genti di cori grànni.
Quindi ogni estate, alla fine degli impegni scolastici, mia moglie torna in Sicilia.
Certo non sono al massimo della soddisfazione quando la vedo passare al check in dell’aeroporto. E allora immediatamente, vado a consolarmi. Non pensate male, nenti fimmini. Chi scrive non gode certo di una silouette invidiabile e mia moglie, in una impresa titanica e praticamente impossibile, sta cercando di farmi dimagrire.
Ma quando la vedo partire il dispiacere è talmente grande che, al contrario degli altri che diventano inappententi, a me mi smùrca un pitìttu, un pitìttu cà misuràllu iè impossibili. Iè fame nirbùsa.
E allora puviràzzu, sùlu e cu stù putènti pitìttu immediatemente ci mettu rimèdiu.
La prima tappa, una volta tornato dall’aeroporto, è al supermercato. Vado a fare la spesa per combattere la solitudine.
E l’acquisto più importante sono: dieci chili di pasta, cà spissu unn’abbastanu pì passari l’estati e astutari la sulitanza. Ed àvi ad essiri pasta bbòna.Si la fannu pagari cara, lì curnutazzi, quànnu a lì pòviri viddràni ci pàganu un chilu di furmentu menu di quantu ci lu pagavanu trentanni fa.
Allora se la debbo pagare cara compro la pasta che viene da una cooperativa che coltiva le terre confiscate alla mafia. Avi sapuri di la me terra ed è ancora ‘cchiù ‘bbona picchì ‘mpastata cu acqua e curàggiu. Io ricordo bene i prezzi di una volta perché mio padre era proprietario di un mulino.
Quando mio padre chiuse l’azienda un chilo di grano era al massimo cinquecento lire, esattamenti 25,8 centesimi di euro attuali, ed il prezzo della farina che vendeva mio padre ai forni non superava le 600 lire al chilo. Ma un chilo di pane in paese, fatto di farina di granu duru di qualità, allora costava 950 lire, circa 49 centesimi al chilo e con 1000 lire compravi un chilo di pasta di marca. La simàna passata un chilo di grano ai contadini lo pagavano 16 centesimi di euro, meno di 310 lire al chilo, mentre il pane da queste parti non lo paghi meno di due euro e cinquanta centesimi al chilo e la pasta un euro e trenta. Facìtivilli vuàtri li cùnti! Ma si può rinunciare, da buoni siciliani, a pane e pasta. Mai Signuri! E poi oltre la pasta si compra un po’ di tutto: pisci friscu, specialmenti sardi, anciòva, mirluzzedda e sgombri, e l’mmacabili purpu da mangiari vuddùtu  e cu la semplici lumia sprimuta o nti na bedda ‘nsalata; carni macinata pi farisi li purpètta cù lu sùcu e macari ‘anticchia di spezzatinu, truvannu ‘anticchia di tempu per prepararlo; sardi salati o alici sott’olio, pùmùdurieddi, preferibilmente  di Pachino, chiàppari sutta sali. Il resto delle cose le vado a cercare nei posti giusti cioè in negozi dove i prodotti genuini siciliani non mancano. Ma in casa mia non sono mai mancati l’olio siciliano e i formaggi tipici della nostra terra: cascavàddu, canistràtu e ricotta salata di pecura.
Dopo questi acquisti si ci trova preparati per affrontare psicologicamente la iattura della muliebre distanza.
Con la mia professione non si hanno orari e quindi non sempre posso preparare ciò che desidererei mangiare. Allora uno si arrangia. Anche pàni, olìvi e tumàzzu iè macàri du sardi salati ìnchinu la panza. Ma una pietanza che mi preparo ogni tanto, che potrebbe sembrare “pasta alla carrettiera” ma non lo è, sono quelli che chiamo Spachètti di cu àvi prèscia, Spaghetti di chi ha fretta. Andrebbero bene anche i bucatini al posto degli spaghetti ma sono pericolosi se siete in camicia e cravatta. Vi voglio passare la ricetta.

Ingredienti:

Per primi gli spaghetti. Non vi do una quantità precisa. Dipende dal vostro appetito. Alcuni anni fa un eminente collega che divenne Ministro della Sanità raccomandò, se non ordinò, ai ristoratori di diminuire le dosi di cibo nei piatti. I ristoratori immediatamente fecero tesoro di questa raccomandazione, ma si guardarono ben dal pareggiare i prezzi con la diminuizione della quantità di cibo somministrata ai clienti. Quindi spesso dai ristoranti si esce affamati più di quando siete entrati e con il portafoglio sempre più vuoto. Ma il collega mentre da un lato raccomandava di affamare gli italiani che vanno nei ristoranti, dall’altro lato lui mangiava. E quanto mangiava!

Poi ci vogliono: olive senza il nocciolo. Non compratele ma preparatevele voi stessi usando qualche ‘aliva nìvura e bianca di casa e tagliatene la polpa esterna a pezzetti liberando il nocciolo.

La chiapparina che avete provveduto a liberare dal sale in ecccesso. Sarebbe ideale quella di Pantelleria, non solo perché è siciliana, ma anche perché ha un gusto inarrivabile. Una diecina di capperi sono sufficienti.

I filetti di alici o di sarda salata pulita e diliscata, o in alternativa appena la pasta è pronta, questo per i palati più fini, potete grattare sopra un po’ di bottarga di tonno.

Quattro o cinque pomodorini di Pachino o, se proprio siete sfortunati e non li trovate, uno o al massimo due pomodori da sugo tagliati a pezzetti.

Un pezzetto di peperoncino

Due o tre foglie di basilico fresco

Mezzo spicchio d’aglio che spremerete nella padella.

Cuocete e scolate gli spaghetti e poi versateli nella padella dove avete provveduto a cuocere tutti gli ingredienti elencati nell’olio di oliva buono e fate insaporire per bene. Impiattate e grattuggiate con uno dei formaggi tipici della nostra terra anche se la morte sua è con la ricotta salata. Il tempo di preparazione,se vi coordinate bene, non supera i dieci minuti. Mangiate lentamente perché va veramente gustato Se poi accompagnate il piatto, che è praticamente unico, con un buon bicchiere di vino siculo anchi la jurnàta ‘cchiù nivura piglia culùri. Buon appetito

 

Salvino Pizzuto 

Dicembre 2008