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I primi di Aprile. Fu per lavoro.
Ma se un palermitano torna a casa
volete che non approfitti
dell’occasione per immergersi
completamente in una atmosfera unica
e che caratterizza la città come una
isola straordinaria in un oceano
banale e globalizzato! A bella
verità! Ma quando mai!
Da premettere che chi ci è nato e ci
ha vissuto e torna dopo tanto tempo
non vede le brutture che nota un
palermitano stanziale e se poi sei
in compagnia di una collega
piemunteǐsa, che non ha avuto la
fortuna di nascere palermitana e non
ci è mai venuta, è solo il bello
della città che vedi e che mostri.
Ma cosa c’è da mostrare a Palermo ad
una turista che si è già girata tre
quarti di mondo in modo tale che
venga spinga a tornare. Non c’è
possibilità di scelta. Tutto gli
devi mostrare! Perché tutto a
Palermo è inimitabile.
Volete un esempio pratico? Basta
entrare in un forno. Quell’odore di
pane appena sfornato, specialmente
se sentito la mattina quando esci
per esplorare la città, ti riempie
il cuore di nostalgia e ti apre lo
stomaco per la fame chi ti smùrca.
Ed è un odore che la collega non
sentiva più da una vita. Le mafalde
ed i filoni belli dorati
accatastati nel bancone sono uno
spettacolo che non trovate da
nessun’altra parte e contrasta con
il pane di quassù pallido,
sciapito, che sa di poltiglia
màla ‘mpastata e màla cotta.
E poi, e qui mi sono commosso perché
mi ha fatto ricordare tante cose
belle del passato, c’erano lì
pùpi cù ll’ova e l’agniddrùzzi
ri pasta riàli. Ma girare a
piedi per la città ti porta a
scoprire angoli che mai avevi notato
quando ci abitavi. E di questi
angoli Palermo ne è ricchissima.
Basti solo farsi via Maqueda ed il
Cassero nei Quattro
Mandamenti entro le antiche mura per
fari bèdda fiùra con gli
stranieri.
Un succedersi di chiese e palazzi
nobiliari, di piazze e di viuzze
laterali, ineguagliabile.
Dove ognuno di questi monumenti e di
questi tratti della città riportano
ad un pezzo di storia o di leggenda.
Le altre città, tolte le vie
principali e famose, diventano poi
grigie e banali. Solo due città al
mondo conservano la peculiarità
della bellezza nascosta nell’intimo
del groviglio delle vie secondarie e
dei vicoli: Roma e Palermo.
Non per niente hanno lo stesso
cartiglio: S.P.Q.R la prima,
S.P.Q.P. la nostra. Allora ci siamo
immersi nel cuore dei Mandamenti e,
in primis, dei loro mercati.
Delusi dalla Vuccirìa, ormai
un’ombra della vecchia gloria che
gli ha dato l’onore di essere
immortalata da Guttuso, i mercati
del Capo e di Ballarò
conservano l’antico fascino
composito dall’insieme di luci,
colori, odori (mai puzze! semmai
odori tipici!) e specialmente
voci che inebriano anche il turista
più riottoso.
Ma la meraviglia sta nel fatto che i
confini ed i limiti di queste
straordinarie aggregazioni umane
sono dati da facciate di palazzi e
di monumenti, chiesastici e non, che
hanno avuto in passato proprietari,
costruttori e ideatori che avevano
un solo fine da raggiungere: il
bello, in una sorta di gara
spasmodica a superarsi
nell’architettura e nel decoro.
Certo suscita pena vedere notevoli
aspetti di degrado e luoghi che
ancora riportano i danni del passato
e quasi remoto ultimo conflitto
mondiale, ma nell’abbondanza di una
tale ricchezza non tutti i pezzi
dell’argenteria di casa possono
essere sempre lucidate.
Ma il Genio di Palermo, quel
vecchio sovrano immortalato su tante
mura, lapidi e alla sommità di tante
fontane, come quella di Piazza
Rivoluzione, è immortale, e mai
lascerà che la città venga
sopraffatta dall’umana incapacità,
anche amministrativa, che contrasta
con l’amore dei veri palermitani
volto a salvare l’immagine della
città che ha conosciuto splendidi
periodi di gloria e tempi terribili
in cui è stata in mano ai
saccheggiatori della sua dignità.
E poi la cucina di Palermo e della
Sicilia tutta supera per bontà ogni
possibile concorrente.
E a Palermo è unica la cucina da
strada. Street food la
chiamano gli esterofili.
Ma per un palermitano principalmente
è pàni cù panelli e cazzilli
e poi l’unica, la regina,
l’inimitabile guàstedda cù la
mèusa.
Ho letto da un articolo di Gaetano
Basile che l’idea nacque dalla
necessità dei macellatori giudei di
rivendere le frattaglie che
ricevevano in cambio della loro
opera e trasformarle in denaro, dato
che la loro religione impediva sia
di ricevere in cambio denaro per la
macellazione che di cibarsi di
frattaglie.
Allora, secondo il Basile, pensarono
di far compiere questo peccato ai
cristiani, perché neanche i
musulmani mangiano frattaglie, e per
sovrappiù, pensarono bene di
associare la ricotta fresca o il
caciocavallo, se e schietta,
a completare il sacrilegio di
trasgredire il comandamento di
non cucinare, e quindi non
mangiare, la carne del figlio
cotta o associata al latte della
madre. Insomma da uno “scherzo”
sacrilego nacque la pietanza più
caratteristica della cucina
palermitana.
Spero che, il Buon Dio, ci perdoni
tutti, ma la guàstedda cù la
mèusa schetta è troppo buona per
essere canonicamente osservanti e
rifiutare di mangiarla.
Dovete sapere che quando lavoravo al
nord e facevo il pendolare, sulla
nave rimanevo digiuno un giorno
intero pur di andare a mangiare la
guàstedda alla Cala, dal
guastiddàru
che io chiamavo
per il suo aspetto Baffone.
Era un modo per festeggiare il
ritorno a casa, anche se, mi
vergogno a scriverlo, il
sottoscritto non si imponeva limiti
e invece del panino tipico mi
mangiavo prima mièzzu pàni e
poi l’altro mezzo, cioè una mafalda
grande intera.
E l’ho sempre digerito, mentre ora,
al nord, anche la mollìca di pane mi
provoca acidità di stomaco. Un fatto
è sicuro. A Palermo, forse a rimedio
di fame atavica, è impossibile
rimanere con la fame per strada.
La guàstedda cù la mèusa,
pàni cù panelli e cazzilli,
l’arancino, il calzone, fritto o a
forno, la mattonella, la rizzuòla,
lo sfincione alla palermitana, gli
anelletti, il pesce fritto, broccoli
e cardoni in pastella, e chi più ne
ha più ne metta. Metteteli a
confronto con il sandwich o
tramezzino, come ci impose il
ventennio.
È una lotta impari! Insomma i primi
di aprile fui a Palermo in compagnia
di una simpaticissima collega che
però a un difetto: havi ù stomàcu
nìcu. La prima sera entrammo in
una rosticceria che non conoscevo,
Fratelli Di Giovanni credo si
chiami, dato che eravamo andati in
quella zona per un mio importante
appuntamento, e mi arrichiài
con tutto quello che un palermitano
che vive lontano sogna di mangiare.
Assaggiammo di tutto ma in porzioni
da gente sazia. Spiluccando insomma.
Quando io mi sarei mangiato tutto il
commestibile in quantità
pantagrueliche. Mi rimase un
pitìtto che ripetemmo l’impresa
la sera dopo in un’altra famosissima
rosticceria.
Ma sempre una guàstedda,
un pàni cù panelli e cazzilli,
un pezzo di sfincione, un
arancino. Insomma, debbo
tornare presto a Palermo perché il
pitìtto mi è rimasto.
Un’ultima annotazione. Ricordate la
statua di Carlo V al Piano Bologni
su quell’alto piedistallo? Ricordate
in che posizione ha la mano? Una
volta chiesi ad un vecchio
palermitano cosa significasse quella
pozione. Mi rispose che la
mùnnizza a Palermo era ormai
arrivata a quell’altezza. Non è vero
che ha quel significato. Carlo V è
immortalato nell’atto di giurare
sulla Bibbia. E sapete cosa giura il
sovrano dell’impero dove non
tramontava mai il Sole? Giura che
Palermo, malgrado la mùnnizza
così alta, sarà sempre bellissima.
Salvino Pizzuto
Maggio 2009 |