Capita
sovente, passeggiando per il centro
storico di Palermo, soprattutto nel
cuore degli antichi mercati del
Capo, della Vucciria e di Ballarò,
di imbattersi in capannelli di
persone vocianti intorno ad un cesto
coperto di stracci. Qualcuno estrae
a mani nude qualcosa che poggia su
della carta oleata e la porge.
Intorno si mastica allegramente.
Bene, vi siete imbattuti nel
venditore di frittola.
Rigorosamente presa con le mani,
che, un minuto prima, hanno riscosso
i soldi dell’ultimo cliente, venduta
e consumata per strada, a prezzi
accessibili a tutti, la frittola
viene ricavata dalla lavorazione
delle ossa e degli scarti delle
macellerie.
Questi, messi a cuocere per lungo
tempo in grosse caldaie, fanno
staccare i residui di carne dalle
ossa e ammorbidiscono le callosità.
Infatti, la frittola è formata
principalmente di pezzetti di carne,
cartilagini e parti callose che
vengono poi soffritti con lo strutto
( “saime”) e insaporiti con spezie
profumate: alloro, zafferano, pepe.
Conservata in un cesto di vimini e
ben coperta perché si mantenga
calda, viene venduta per strada e
consumata con molto limone, per
renderla meno grassa, dentro un
panino o da sola prendendola
rigorosamente con le dita che alla
fine doverosamente si puliranno
leccandosele.
Con la “meusa”, la “Frittola” ancora
oggi per molti palermitani
sostituisce, di mattina, il
cappuccino o l’aperitivo prima del
pranzo. Per altri, purtroppo, visto
il basso costo, costituisce ancora
il pranzo o la cena.
La frittola è uno dei piatti più
antichi e caratteristici di Palermo,
la sua nascita si fa risalire
intorno al cinquecento.
Non è un piatto che si può
facilmente preparare in casa.
Ad un non palermitano può sembrare
una cosa “barbara”, ma vi assicuro
che, non badando molto all’igiene,
assaggiandola se ne resta
affascinati.
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