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C’era una volta “U cufularu”(1),
un luogo di magie molto
diverso dalla lucida e
asettica cucina moderna,
somigliante ad un salotto
più che ad una postazione di
giochi e profumi e racconti.
Io ricordo benissimo quello
dei nonni a Caltanissetta.
A Palermo era già arrivato
il bibigàs (2) ma nel centro
della Sicilia, alcuni usi
resistevano alle innovazioni
dopoguerra quel tanto da
consegnare alle nuove
generazioni (me !) la
memoria del modo di cucinare
e di riscaldare la casa di
quel tempo.
Il focolare, in muratura e
ricoperto di piastrelle
marroni, con tre fuochi,
aveva sopra le tre zone di
cottura, di grandezze
diverse, degli anelli
concentrici di ferro da
regolare togliendo quelli in
sovrappiù a seconda della
grandezza della pentola di
coccio da usare. Da mio
nonno eravamo minimo otto
dunque grandi pentole per la
pasta e poi quella più
piccola per il sugo di
pomodoro. Un sacco di iuta
nello stanzino conteneva
grossi pezzi di carbone nero
e lucido, sotto i focolari
vecchi giornali
appallottolati e rami e
rametti secchi per iniziare
ad accendere il fuoco. Il
nonno mi spiegava: prima la
carta e sopra i rametti e
qualche pezzo di carbone
accanto, se occorreva
bastava aggiungere altra
carbonella quando la brace
era già viva.
Quanto tempo ho trascorso
davanti allo sportellino di
ferro rossiccio aperto a
sventolare la carbonella
accesa con una stecca fatta
di penne di gallina e le
faville mi regalavano
immagini di gnomi e di fate
ingioiellate di rubini
scintillanti!
Nel silenzio l’acqua per la
pasta arrivava borbottando
alla cantata del gran
bollire, allora chiamavo la
nonna e mi sedevo nella
sedia impagliata accanto
alla grande tavola di legno
col cassetto profumato di
pecorino. Mi toccava
grattugiare il formaggio. “U
cchiù fissa gratta u caciu”(3)
mi dicevano, ma io assolvevo
il mio compito con serietà ,
morsicando ogni tanto un bel
pezzo di cacio.
La cappa in muratura sopra
“U cufularu” tratteneva
nelle fredde serate
d’inverno quel tanto di
calore per stare intorno al
braciere di bronzo in cui
ardevano le ultime braci
trasferite dal focolare con
la paletta di metallo col
manico lunghissimo. Ricordo
a Natale la novena in onore
di San Giuseppe, un
quadretto adornato d’agrumi
con le foglie, e le vicine
farfuglianti e l’odore delle
bucce d’arancio bruciate nel
braciere.
L’oscurità della notte
arrivava presto e presto si
andava a letto, non senza
avere riscaldato le lenzuola
bianche con una gabbia di
legno dentro la quale lo
scaldino emanava l’ultimo
calore delle braci che
avevano cotto la cena di
zucchine lessate e minestra
di lenticchie e uova ad
occhio di bue. Anche le
ceneri grigie erano ancora
tiepide quando le portavo
fuori con entrambe le mani a
coppa e senza rendermene
conto sporcavo il pavimento
della cucina, povera nonna,
io ridevo al sollevarsi di
quelle polveri biancastre,
giocavo alle nuvole, ma
qualcuno poi doveva pulirle!
Una nonna che preparava
sughi e il pane e le pizze e
buccellati, un nonno che
preparava arrosti di
coniglio e salsicce e pasta
fresca. Ma questo fa parte
di altri racconti.
©Giuseppe
Davì
(1) "U fucularu" = il
focolare
(2) "pibigas" = prime
macchine per cucinare a gas
(3) “U cchiù fissa gratta u
caciu” = Il più scemo
grattugia il formaggio |